Blog aperto- venerdì 11 novembre 2011-

Il cantastorie era colui che andava in giro a cantare “storie” per paesi e città, attività già nota dalla metà dell’800, egli di solito si fermava in una piazza, all’angolo di una strada, in un mercato, dove c’era tanta gente di passaggio e lì incominciava a cantare, a suonare, a esibire i suoi fogli e i suoi cartelloni e tutti si radunavano ad ascoltare e a guardare. Un po' come facciamo noi in rete, esibiamo i post e gira e rigira la voglia di raccontare viene fuori. Da piccola sognavo di fare la cantastorie,ero affascinata da questa figura e le loro storie che tanto bene raccontavano.
Blogspot ha realizato in parte questa mia fantasia di bambina, ma a quando vedo e leggo, la figura del cantastorie è solo cambiata, si è trasformata e qui in rete chi in un modo e chi in un altro, un po' tutti " cantiamo le nostre storie" Natale si accosta, con lui i ricordi e i volti amati ritornano e con loro un po' del nostro passato. Nell'attesa del Santo Natale ricorderemo e ci racconteremo. Questi racconti che ho radunato e messi insieme ve li dono con l'augurio di un Santo Natale! Perchè noi bloggers, siamo i moderni cantastorie.


venerdì 31 gennaio 2014

Il Cantastorie del Web...

I nuovi cantastorie della  rete e precisamente FB.
Ma devo dire la verità ti strappano un sorriso.
Certo è che anche questo modo di interagire virtualmente e con queste immagini che viaggiano veloci il  cammino dell'umanità sta andando proprio veloce..colpa dell'adsl?  Si,  colpa sua.
Quanto durerà questo nuovo modo di comunicare?
Per me siamo solo agli inizi.























Buon fine settimana a tutti i navigatori di questo affollato e  immenso mare  di  Internet.
 Papa Francesco ha detto che..Internet è un dono di Dio. La gente comunica tra loro e li avvicina , questo è vero.
 Vedendo queste immagini accompagnate dalle scritte, mi tornano in mente i nostri progenitori che nelle loro grotte hanno lasciato ai posteri i loro graffiti e volendo fare un paragone..noi somigliano a loro, in modo diverso ma anche noi stiamo lasciando i nostri graffiti ai posteri, che potranno vedere come funzionava   agli albori la nuova era  tecnologica del cammino umano, perchè mica sta storia di Internet finisce qua, no no!
 Certe volte  Faccio delle  ricerche su Internet e scopro  che questo mondo e in continua evoluzione e corre davvero veloce. Di una cosa sono davvero contenta di poter dire che son felice di aver vissuto in quest'era era e di aver visto il mondo cambiare totalmente, si è proprio capovolto, ma  in bene, anche se abbiamo tanti problemi, ma siccome con la mia navicella virtuale solco questo mare, mi avventuro e leggo di tutto e ogni era ha avuto i suoi drammi e li avrà sempre, ma questo non ferma l'evoluzione della Scienza ne di altre scoperte. Ad esempio ho visto il primo sbarco sulla luna, non dormi tutta la notte. Malattie prima incurabili ora possiamo dire che tante sono state debellate, ho visto il primo trapianto del cuore, mica è niente, ho vissuto nell'era del 68 e quante cose son cambiate da allora,  i primi interventi al cervello, il resto lo sapete anche voi.  Di questa vita   ci prendiamo i drammi e le belle scoperte, in fondo noi ci arresteremo ma il mondo andrà sempre avanti con i suoi drammi e le sue belle  scoperte,  queste ultime  tanto ci aiutano.
Auguro ai posteri un buon futuro e a noi  un buon presente. Sono certa che questi nostri blog e i  vari social,  nel futuro saranno letti avidamente dai posteri,  per capire meglio gli antenati dell'era tecnologica. Come mi piacerebbe ascoltare gli storici della prossima era che parleranno di noi Internauti,  ossia chi ha contribuito all’esplosione della democrazia digitale.

Buon fine di settimana a tutti!

martedì 14 maggio 2013

Il Cantasorie WEB Riapre Con Un...



  ...RACCONTO DI  Nina  che trovate qui.. dove potete leggere ancora  tante sue belle storie.
Consiglio da non perdere.

  Felicemente posto con il suo permesso.


 La Gita!


Sotto le mentite spoglie di turisti stagionali, noi bovesi di una volta ogni anno, in estate, torniamo a Bova. Spesso anche a Pasqua e ogni tanto perfino in pieno inverno.
Questa coazione a tornare non si spiega facilmente: fuori stagione Bova è più che altro noia e delusione. Capita pure che piova e faccia freddo e sembra che con i bovesi contemporanei non si abbia granché da spartire…
Ciò fintantoché non incontriamo un vecchio conoscente, un amico o un’amica d’infanzia, un ex compagno di scuola…  Allora il tempo scompare e ci pare di essere quelli di un tempo.
C’è un amico di mia sorella, un suo vecchio compagno di liceo, che ora fa il medico e il sindaco, che ogni volta che si incontrano è come se fossero ancora a scuola. Si mettono subito a passare in rassegna personaggi sempreverdi: Coppolino, l’improbabile insegnante di matematica e fisica con difetto di pronuncia, a cui tutti facevano il verso: “Professore, professore, ci faccia una ppecie di cchema alla lavagna”, Baseperaltezza, la  ragazza a forma di rettangolo, la Disorientata, una professoressa assurda che arrivava in classe e chiedeva “Come fate a orientarvi se non avete la bussola, se non c’è il sole, né le stelle, né gli alberi con il muschio rivolto verso nord?” E che alla fine, dopo che non si trovava nessun appiglio da manuale di sopravvivenza, se ne usciva candida  “Ma come, ragazzi, ma non lo sapete? Ma con i punti cardinali, no?! Si stabilisce prima il nord, poi l’est, poi l’ovest …”  Ma come cavolo si facesse a stabilire dove era il nord  restò sempre un mistero.
Chi se ne frega, mi verrebbe da dire: fatti loro, loro rimembranze, ognuno ha i ricordi che si merita. Il fatto è che immancabilmente il sindaco-dottore prima o poi arriva alla  famosa gita di S. Elia di Palmi, organizzata dal loro liceo alla quale partecipai anch’io.

E che cosa ripete ogni volta? Che cosa gli è rimasto impresso di tutta quella giornata? Che io, appena scesa dal pullman, correndo verso una fontanella il cui fondo era ricoperto di acqua stagnante, nell’impeto della corsa caddi comicamente, imbrattandomi di uno schifosissimo limo verdastro che mi rovinò il mio bel vestitino jacquard con le maniche a palloncino e buona parte della giornata.
Che poi io quel ricordo l’avevo sepolto nei più oscuri meandri della memoria! Ma pare che lui abbia fatto il voto di riesumarlo, e con sadismo lo ripropone ogni volta che ci incontriamo, riattivando in me quella sensazione di imbarazzo e dissonanza tra la donna emancipata e pronta a partecipare al banchetto della vita che mi sentivo dentro e la ragazzina goffa, complessata e inadeguata che ero.
Il capitolo gite scolastiche è uno dei capisaldi dell’epopea familiare, perché a casa mia le vicende ad esse collegate solitamente prendevano gli accenti della tragedia greca.
A casa mia la parola gita-scolastica era un quasi-tabù, che si sommava ad altri termini ed espressioni  impronunciabili del tipo: ragazzo/fidanzato, feste, andare a ballare, uscire con le amiche, andare alle giostre. Il tabù gita-scolastica era di rango inferiore ma foriero di facili complicazioni. Il copione era più o meno lo stesso: mia sorella Serena tornava a casa con la notizia che la sua scuola stava organizzando una gita. Non erano mai viaggi interplanetari, la meta raggiungeva al massimo una delle località turistiche della zona: Gambarie d’Aspromonte, Copanello, lo Zomero o, appunto, S. Elia di Palmi. Non più di tre/quattro  ore di pullman. 

Naturalmente per mia madre questa notizia era già di per sé una pugnalata alla schiena, che dimostrava ancora una volta la nostra ingratitudine filiale, il menefreghismo di mio padre, il cattivo esempio che ci si passava da una sorella all’altra “Ania Catania e terra senza patruni” (mia mamma si esprimeva a proverbi, questo era uno dei suoi preferiti che neanche noi abbiamo mai capito esattamente che significa, ma che si potrebbe tradurre più o meno con “ognuno fa quel cazzo che gli pare” ).Seguiva una lunga trattativa che coinvolgeva mio padre (dato che si doveva affrontare anche l’aspetto economico della cosa) e un tira e molla a non finire. Si faceva ricorso anche al parere di altri familiari che, se le trattative andavano a buon fine per noi, mia mamma chiamava Giuda e Traditori. Pagando la quota di iscrizione, si poteva accodare al gruppo qualche altro familiare e così di solito si aggregava mia sorella Jole, un po’ più grande. Per legge le spettava, dato che non aveva fatto le scuole superiori (cosa che fu a lungo un suo cruccio, finché non riuscì a frequentare, anni dopo, una scuola per contabili a Reggio Calabria, che le permise in seguito di impiegarsi a Milano in una grande azienda). Solo quella volta di S. Elia ero riuscita ad andarci io, probabilmente Jole era a Milano, in “vacanza” dai fratelli più grandi.
Solitamente dunque io rimanevo a casa mentre Jole e Serena andavano in gita. Loro merenda al sacco con panino e cotoletta e tante altre cose buone, io a casa a mangiarmi il fegato e sorbirmi le paranoie di mia mamma. Sì perché era chiaro che mia mamma avrebbe passato tutto il tempo a immaginare catastrofi e fin dal primo pomeriggio si sarebbe appostata alla finestra a scrutare la strada, per vedere se arrivava il pullman o comunque la cattiva notizia. Più o meno verso le quattro e mezza si metteva di vedetta,  e per ingannare l’attesa mi mandava avanti e indietro ad eseguire ordini sempre più agitati a mano a mano che passava il tempo. Quella volta della gita a Copanello il pullman, sulla via del ritorno, si ruppe. Più di cinque ore di ritardo. Non c’erano telefoni né usavamo piccioni viaggiatori e dunque mia madre fu sicura dell’ineluttabile catastrofe e la sua reazione fu all’altezza delle aspettative…
Andiamo per ordine. Erano le cinque e mezzo e io avevo già fatto tre giri alla bottega a comprare il detersivo per i piatti, cinquanta lire di citrato contro l’acidità di stomaco e mezzo chilo di pane di grano (una cosa alla volta, naturalmente); due volte dalla vicina a chiedere nonricordocosa e messo sottosopra il primo cassetto del comò alla vana ricerca delle forbici. Se cercavo di allontanarmi, anche con la scusa dei compiti, mia mamma mi chiamava in continuazione, chiedendomi di fare questo o quello a casaccio. Penso che forse già si immaginava le mie sorelle morte in fondo a un qualche burrone, dietro a quella maledetta curva, e non voleva perdere anche me.
Mio padre al pomeriggio dormiva, e anche quel giorno, svegliatosi e preso il caffè, se ne era uscito per andare in sezione. Ulteriore elemento di frustrazione per mia madre, con le figlie disperse e il marito che se ne andava come se niente fosse a giocare a dama.
Alle otto di sera, sempre appollaiata presso il balcone, dietro le imposte accostate quel tanto che bastava a farle vedere fuori senza essere vista, cominciò a battersi i pugni sul petto, all’uso antico, a ritmo cadenzato e accompagnandosi con una cantilena sinistra in cui piangeva le figlie morte, ribadiva il suo ruolo di Cassandra, affibbiava a ciascuno la sua colpa e in particolare a mio padre che se ne stava in sezione a giocare a dama come se niente fosse, mentre tutti i nodi venivano al pettine. Io ero là nei pressi, cercando di scomparire per non darle altri spunti, colpevole com’ero col mio essere figlia. Naturalmente non volevo crederle e mi dicevo che faceva sempre così, che come ogni volta alla fine ci sarebbe stata una spiegazione logica, che tutto si sarebbe risolto, ma anch’io vivevo la sua stessa angoscia. Quando finalmente rientrò mio padre cercò di calmarla dicendole “vedrai che ora arrivano”, che se fosse successo qualcosa lo si sarebbe saputo e via dicendo, e con ciò esacerbandola ancora di più. Nemmeno ci mettemmo a tavola quella sera, mio padre si fece “apparecchiare” una sedia davanti alla televisione e mangiò pane e salame, seguendo distrattamente i programmi, più per darsi un contegno che altro mentre mia mamma non si mosse nemmeno dal balcone. Io all’epoca ero inappetente e quindi forse sbocconcellai qualcosa forse no, ma nessuno se ne accorse. La situazione era sempre più tesa, mia madre stava per giungere al parossismo della sua crisi isterica, quella che di solito culminava in una specie di crisi epilettica che la faceva diventare dura come un legno e cadere a terra strabuzzando gli occhi. Con terrore me la aspettavo da un momento all’altro, non riuscivo a immaginare altra via d’uscita… Finalmente verso le undici e mezzo vedemmo passare sulla nazionale un pullman, ma purtroppo mi sembrò diverso da quello che avevo visto al mattino. Non dissi niente per guadagnare un po’ di tempo. Ma fortunatamente dopo neanche dieci minuti sentimmo uno scalpitio e qualche risatina su per le scale, ed ecco ri-materializzate le gitanti. Fintamente contrite pur se pienamente giustificate da motivi di ordine superiore ma fondamentalmente felici, con ancora nel cuore e nelle orecchie le cantate a squarciagola del viaggio di ritorno. Le odiai per quel loro divertimento malamente dissimulato, ma almeno l’agonia era finita. Ci fu sollievo, certo, ma non ci furono abbracci. Per mia madre la “scusa” che l’autobus si fosse rotto e avessero dovuto aspettare che ne arrivasse un altro, non bastava certo a cancellare quel tragico pomeriggio, né la colpa della loro ostinazione a pretendere di partecipare a quella gita che se anche era finita bene, avrebbe potuto essere fatale. Perciò che fosse ben chiaro per quell’anno di altre gite non se ne parlava.
E io?
Io ci andai appunto l’anno dopo,  proprio a quella famosa gita di S. Elia di Palmi…

domenica 30 dicembre 2012

Buon 2013!




VENERDÌ 11 NOVEMBRE 2012
Il Cantastorie Web ha compiuto un anno!
In compagnia di Aldo, Riri, Zicin, Chicchina Lina e rosy.

Buon Anno a te caro Cantastorie e sopratutto  alle amiche/ci che hanno commentato. Del resto sono loro che ti hanno permesso di compiere un anno, direi  che il tuo anno è  stato positivo anche se... non  troppo esplosivo!

Ricordando Lucio.



lunedì 24 dicembre 2012

giovedì 21 giugno 2012

Un piccolissimo ricordo tutto personale.

Care amiche/ci, purtroppo i miei ricordi d'infanzia girano sempre intorno al collegio e non è colpa mia se ho vissuto in collegio l'infanzia e la pubertà.
Eravamo cento ragazze, divise in piccole, mezzane e grandi.
Ogni anno le suore ci chiamavano a raccolta. Provo a spiegarvi.
Cento ragazze riunite, in piedi  in una grande sala e in silenzio, un silenzio che veniva rotto dalla presenza della madre superiora che si presentava con un quaderno in mano e noi dopo averla salutata aspettavamo lo spostamento..Uno spostamento che ti dava la netta sensazione che eri un po' cresciuta
La madre superiora iniziava  a chiamare i nomi di quelle che dovevano passare direi di grado:))
Un anno venne anche il mio turno e la voce di Suor Aurelia dice: Di Lella passa alle mezzane  e tante mezzane passavano tra le grandi.
Due paroline per spiegare: in collegio vigeva una regola importante,  la gerarchia.
Le piccole giocavano solo tra loro, come anche le mezzane e cosi le grandi, questa era una regola da rispettare, nel modo più assoluto, tre mondi che vivevano sotto lo stesso tetto ma che non si dovevano mai incontrare.
Purtroppo qui dentro vigeva il nonnismo solo che all'epoca non sapevo manco come si chiamasse.
Le mezzane comandavano le piccole, le grandi le mezzane e guai a chi riportava alle suore una sola parola..avevi finito di campare.
Quando entrai in collegio per due anni mi eclissai da tutto e da tutti e per tutti ero la ribelle.
Questo è un altro discorso che semmai lo riprenderò in un  secondo momento.
Non credete che la vita collegiale sia tutta rose e fiori no, una piccola società ti ruota intorno e tante anime in crescita stanno li o per ferirti o per aiutarti, personalmente preferì stare lontano da tutti, ma nel frattempo osservavo e più osservavo e più la cosa non mi piaceva, più non  mi piaceva e più diventavo ribelle.
Le suore si stancarono e mi lasciarono perdere,  con mia grande gioia.
Venne il giorno di passare nel gruppo delle mezzane e non vi credete che la cosa sia facile, lasci un gruppo per entrare in un altro, e perdi l'appartenenza,  e dove entri non sei accettata subito, per loro non esisti e di conseguenza ritorni a giocare  nel gruppo di prima ma alla prima cosa che a loro non piace ti senti dire..senti, tu non fai più parte del nostro gruppo e dunque non conti nulla vattene via.
Anche in questa piccola cosa impari a stare al tuo posto  e te lo porti appresso nella vita, in fondo è un bene.
Mi trovai proiettata nel mondo delle mezzane, ma non ritornai mai a giocare con le piccole,  il mio pallino fisso era di giocare con le grandi.
Ogni giorno durante la ricreazione andavo sempre tra le grandi e fermavo sempre la stessa ragazza e le chiedevo..posso giocare con voi a palla prigioniera?
La ragazza mi guardava e mi rispondeva no..loro avevano 18 anni e nel gruppo delle mezzane si passava a 11 anni.
Ma io puntuale tutti i giorni  nella ricreazione sempre alla stessa ragazza chiedevo se mi faceva  giocare con loro.
Dopo un mesetto buono la ragazza acconsenti, ma lei lo fece solo per accontentarmi ben sapendo che l'indomani mi avrebbe detto di no.
Finalmente giocai, la mia squadra stava perdendo ma grazie a me vinsero..la ragazza grande mi guardò e mi fa.. pero!
Il giorno dopo durante la ricreazione non mi presentai proprio, avevo capito che la loro era stata solo gentilezza nei miei confronti, mi avevano accontentato solo per una volta.
Invece, mi senti chiamare dalla stessa ragazza..Di Lellaaaa!! vieni a giocare con noi. Dio mio che felicità!
Mi avevano chiamato loro a me.
Corsi immediatamente da loro  tutta  emozionata le grandi mi avevano chiamato!? Vincemmo di nuovo, oramai giocavo sempre con loro io che avevo 11 anni e loro dai 15 ai 18 anni.
Grazie al gioco avevo sfondato un muro, ma tutto a mia insaputa ma poi la cosa si trasformò in meglio. Nelle mezzane ci stava una ragazza anche lei bravissima a palla prigioniera la proposi  alle grandi che accettarono e  visto che eravamo tutte e due bravissime a noi due toccava fare la conta e formare le squadre.
In poco tempo iniziammo a fare dei tornei, dove anche le suore correvano per vederci.
Come per incanto i tre gruppi si riunirono e grazie alla palla prigioniera e ai tornei imparammo a conoscerci tutte e cento e non esagero se dico che  anche il nonnismo in un certo qual modo, non è che spari del tutto ma si mitigò di molto.
Un giorno stavamo giocando una partita all'ultimo sangue io non correvo ma volavo e presi la palla e la partita terminò con la suonata della campanella, sarebbe stata ripresa il giorno dopo.
Una suora mi guardò e mi disse: sei riuscita a mandare in'aria una legge che vigeva da anni qui dentro
Sinceramente  a dire il vero all'epoca non capi le parole della suora,   la guardai e alzai le spalle, solo dopo ho capito cosa voleva dire la suora e   senti dentro di me una grande gioia e ancora adesso quando ci penso sorrido, come in questo momento che sto scrivendo

Se ci sono errori scusatemi ma ho scritto questo ricordo di getto e non voglio cambiare nulla, di nulla, ho scritto come parlo.
Ciao a tutti!

La suora che nel nostro collegio suonava si chiamava suor Gabriella, era bassina e minuta, parlava sempre a bassa voce, ed era la suora che preparava anche le ostie e certe volte le più grandicelle l'aiutavano.
Una volta chiamò anche me, alla fine regalò ad ogni bambina un'ostia che potevamo mangiare liberamente perchè non erano benedette.

venerdì 15 giugno 2012

A proposito di... campionato



Da piccola tutti i ragazzini facevano la raccolta delle figurine dei calciatori… che andavano incollate nell’album Panini… ve lo ricordate? Invece, io, ero appassionata di francobolli….
Dunque…
...alle elementari, nella mia strada non c’erano bambine, più o meno della mia età… in casa fratelli (due)... nella mia strada amici (tanti)… l’unica era giocare con i miei fratelli e i loro amici perché i miei non mi facevano allontanare più di tanto.
Con loro giocavo volentieri perché mi facevano scegliere i giochi che preferivo, ma di tanto in tanto davo spazio anche a loro e all'istante si mettevano a giocare “ai giocatori”… mettevano a terra  uno… due… tre… insomma un gruppetto di figurine di giocatori  per ciascuno e sbattendo la mano in terra.. dovevano far capovolgere il gruppetto di figurine di giocatori o almeno qualche figurina di giocatore… quelle capovolte erano vinte e si potevano attaccare nell’album per completarlo via via.
Poi c’era l'asta dello scambio dei doppioni… c’erano quelli che valevano tantissimo… uno a dieci o addirittura  venti… i campioni... Rivera… Altafini… Facchetti..
Invece, io,  i francobolli li dovevo comprare o recuperarli dalla posta che arrivava a casa. Ne avevo tantissimi perchè li chiedevo a tutti i miei parenti.
Quei pezzettini di carta colorati mi facevano sognare... Avevo un buon atlante e di ogni francobollo cercavo la località, usi e costumi... era il mio modo di viaggiare...

giovedì 7 giugno 2012

Coriandoli di vita



Per la  mia prima comunione mia madre mi scelse una bella madrina. Antonella, era figlia di un colonnello il quale per anni era stato il primo benefattore del nostro istituto. Poi mi fece confezionare un bell'abito su misura.
La mattina della cerimonia noi ragazze ci alzammo senza sveglia, quella notte nessuno di noi dormi per l'emozione. Le suore ci aiutarono ad infilare l'abito della prima comunione, erano anche loro allegre ed emozionate.
Ai miei tempi comunione e cresima si faceva insieme. Le suore aspettavano con ansia il Vescovo e   la chiesa era tutta illuminata, ogni angolo era ornato di fiori bianchi e l'odore d'incenso si spandeva nella   nostra piccola cappella e c'era  tanta gente tutti eleganti e felici. Noi comunicande entrammo in chiesa cantando e la gente ci guardava ammirate, ma tutte noi bambine avevamo la faccia bianca come il vestito che indossavamo. La mia madrina non arrivava, oramai tutte le ragazze avevano la loro solo io ancora no. Antonella arrivò due minuti prima che iniziasse la messa.
Rimasi a bocca aperta quando la vidi come era bella nel suo abitino di velluto color amaranta, si avvicinò a me e mi diede un bacio e sottovoce mi disse..ciao bella bambina, sono Antonella la tua madrina. La mia madrina attirò l'attenzione di tutti e anche quella delle suore che la riconobbero. Ebbi il mio momento di gloria, perché la mia madrina era la più bella e poi era molto fine, somigliava alle signorine che vedevo a cinema.
Finita la cerimonia, andammo tutti nel refettorio insieme ai familiari, le suore avevano preparato pasticcini, cioccolata calda caffè insomma tante cose buone.
Finita la colazione, ogni ragazza andò via con la sua madrina, e anche io andai via con la mia.
Una volta c'era l'usanza che la madrina portava a pranzo a casa sua la figlioccia.
Uscimmo dal collegio, Antonella mi prese per mano e mi fece salire su una topolina, non credevo ai miei occhi, io non ero mai salita su una macchina. La guidava un bel ragazzo alto il suo fidanzato,  che studiava medicina come lei. Seduta dietro guardavo tutto e tutti e pensavo...ma  io sto seduta in una macchina e cammino al centro della strada e non facevo che girare la testa per guardare avanti e indietro a destra e a sinistra. Stavo sognando:)) 
Antonella abitava a Caserta sul corso, che è la via principale della città in un bel palazzo al quinto piano. L'appartamento era di dieci stanze (la mia casa aveva solo una stanza) Antonella era la prima sorella di nove fratelli. Questi fratelli mi accolsero gridando... arriva la sposa!!  saltavano da tutte le parti, fui accolta come una regina. Venne il momento del pranzo, non mangiai nulla, mi vergognavo, anche perché c'era Carmelina, la donna di servizio che serviva a tavola e questo mi metteva soggezione non ero abituata ad essere servita. Quel giorno mi trovai proiettata in un altro mondo, mi sentivo Alice nel paese delle meraviglie. Non avevo mai visto una casa cosi bella, (tranne quella del sindaco del mio paese )tutto in questa casa era bello i mobili, le stanze i nove fratelli e la mamma di Antonella che era una triestina bella anche lei. Dimenticavo che c'era anche il cane, gli uccellini che cinguettavano, il pianoforte Antonella suonava e i fratelli intorno che cantavano ed io  che  guardavo e  non parlavo, tutto era bello! 


La sera tornai a casa sempre con la  topolina è qui viene il bello. Mia madre fece trovare una bella cena a lume di un centinaia di candele, non per romanticismo ma solo perchè non avendo pagata la bolletta della luce, ci fu staccata, ed io giravo tra queste candele sempre con l'abito bianco addosso... certo che dovevo sembrare un fantasma. Secondo me quel giorno mia madre dette fondo a tutte le candele del paesino.(Chissà cosa pensò Antonella quando si trovò nella mia casa).
Ero felice e saltellavo anche io come i fratelli di Antonella evidentemente saltellavo troppo e cosi mi arrivò uno schiaffone da mio fratello al che Antonella intervenne in mia difesa scandalizzata... per me avere uno schiaffo non era niente tanto di botte ne prendevo tante, ma vedere che qualcuno mi difendeva mi senti gioiosa. Mi piaceva la mia madrina. 


Passano gli anni mi sposai arrivò Davide il primo figlio , ed ero incinta di Laura di 7 mesi  quando la mamma di Antonella ci comunicò che Antonella non c’era più.
Dopo un po di tempo una domenica mia madre si sente male, chiamo la guardia medica, che venne subito.
Il dottore dopo la visita si accomodò sulla sedia per scrivere la terapia, quando all'improvviso sentiamo il dottore che esclama...non mi dite che Antonella è morta? Mia madre teneva sul comò la pagellina di A, insieme ad altri morti con la lucina accesa e lui girando lo sguardo l'aveva vista.
Il dottore era l'ex fidanzato di Antonella il ragazzo della topolina che studiava medicina e  che incontrai il giorno della mia prima comunione. Anche lui si ricordò di me e di quel giorno.  Il destino come incrocia le faccende, quanto vuole lui  e fa in modo che tutto s'intreccia e diventa  anche ambasciatore... 

Nella foto il giorno del compleanno di Davide 7 ottobre 2 anni- io ero in'attesa di Laura di 7 mesi in questa foto.  In questo  giorno  mi arrivò la telefonata che la mia madrina era volata via,   a solo 38 anni.

martedì 15 maggio 2012

C'era una volta.

C'era una volta, un paesino piccolo come un villaggio.
In questo villaggio viveva ai margini della comunità un uomo buono, ma la sua bontà era indifesa e così passava per lo scemo del villaggio. Era di  Sabato Santo di tanti anni fa, la gente del paese era in fermento,   in ogni casa si preparava il pranzo della Domenica di Pasqua. Lo scemo del villaggio si chiamava Bastiano.  L'uomo viveva di carità, tutti lo comandavano  per qualcosa e  in cambio gli davano da mangiare o qualche vecchio vestito, non aveva importanza la taglia lungo, corto,  largo o  stretto Bastiano, indossava tutto e da questi strani vestiti la  sua figura era sempre buffa. Dormiva dove si trovava, non aveva casa.
Tornando al Sabato Santo era sull'imbrunire,  nel villaggio c'era l'attesa della Resurrezione  di Gesù. Bastiano camminava rasentato il muro quasi vergognoso, ma borbottava da solo. Una vedova con tre figli anche per lei la vita era dura. Si accostò a Bastiano e gli chiese  ma cosa borbotti?
Bastiano rispose  Domani è Pasqua e io sono solo e non ho nessuno . La vedova lo guardò gli  sorrise e gli disse.. Tu domani verrai a pranzo da me,  la donna diede all'uomo dei soldini dicendogli, con questi vai dal barbiere fatti  barba e capelli, forse erano gli ultimi suoi soldi. La donna raccomandò a Bastiano di lavarsi. Domani  aspetta in piazza  e  alla mezza ti chiamerò.
La donna la mattina di Pasqua apre la porta  da  uno sguardo in piazza  e Bastiano stava già in mezzo alla piazza dalle sette del mattino. Vedendolo cosi ordinato i paesani lo prendevano in giro ma lui non rispondeva. Alla mezza precisa Bastiano varcò  con timidezza la soglia di casa della vedova.
Era tutto pronto ma prima di sedersi a tavola, la donna diede in mano a Bastiano il bicchiere con l'acqua Santa è la Palma e disse all'uomo. Bastiano, questi figli miei non hanno il padre, fa conto che tu oggi sei il loro papà  benedicili. I tre ragazzi stavano assistendo a un gesto   meraviglioso  ma non si rendevano  conto   erano ragazzi e vedendo Bastiano, lo scemo del paese li in casa loro   piangere  mentre li benediceva   nel suo buffo vestito ridevano di nascosto... la loro mamma li aveva avvertiti di non ridere. Bastiano fu messo a capotavola veniva servito per primo.  Da quel giorno son passati tanti anni.  Per questi tuoi grandi gesti cara Mamma, ti ho  sempre amata e  per questo che   per me sei indimenticabile. Eri unica,  in tutto...  Oggi non rido ma piango di commozione.
Buona Pasqua al  Cielo e alla Terra
Questa storia merita di stare  anche qui sul cantastorie

venerdì 11 maggio 2012

La piccola fontana

(Autore "sR" - tempospaziopoesia.blogspot.it)
Con il tempo si era formata ai piedi di una piccola collina una meravigliosa fontana da cui, pian piano, tutti avevano cominciato a rifornirsi d'acqua.
La piccola fontana non si curava di vagliare coloro che si servivano della sua acqua, ne aveva per tutti e non si fermava mai.


Un giorno, proprio su quella piccola collina, fu stabilito che dovesse nascere una cava di pietra perché si era scoperto che la pietra del posto aveva grande valore economico. Così, un magnate della zona decise di farsi carico dei lavori.

Nel giro di qualche mese i lavori della cava furono ultimati e il proprietario della cava divenne enormemente ricco. Non dovendo più lavorare molto si dedicò all'esplorazione della Natura con una bici nuova di zecca acquistata con i proventi della cava.

La piccola fontana, invece, aveva cominciato a soffrire: produceva sempre meno acqua pura e sempre più acqua torbida, frutto degli scarichi della lavorazione della pietra. La sorgente di quell'acqua meravigliosa che dissetava uomini, piante e animali si avviava verso una penosa agonia.

La domenica era il giorno prediletto per i viaggi in bici del proprietario della cava che amava sempre viaggiare da solo. Ogni volta, prima di partire, preparava due borracce piene di acqua che gli servivano durante il tragitto.

Quella domenica, però, l'uomo che era solito bere mentre guidava, per una leggera distrazione non vide una buca sulla strada che lo fece sbandare e per non perdere il controllo della bici dovette lasciare andare la borraccia che cadde in un dirupo. L'uomo si sentì miracolato e proseguì il suo giro. Giunto a metà strada, con il caldo che lo sfiancava decise di bere tutto il contenuto della borraccia rimanente conscio che avrebbe potuto rifornirsi alla fontana naturale che sapeva ai piedi della collina vicino casa.

Giunto quasi al termine del viaggio, arso dalla sete, arrivò alla piccola fontana. Con sommo stupore vide che l'acqua non usciva più copiosa e limpida come un tempo ma era color sabbia e usciva a spruzzi. Provò a berne un po' ma si rese conto che non era potabile. In preda al panico, stanco e disidratato cadde al suolo.

Riusciva solo a pensare che la colpa di tutto ciò era solamente sua perché con la sua cava aveva inquinato e devastato la sorgente di quella fonte sublime. Si pentì di aver costruito quella cava e svenne.

Una luce lo attraversò negli occhi chiusi e una voce gli pronunciò queste parole:

"Questa fontana che oggi sputa sabbia fino a poco tempo fa donava Amore. Non chiedeva niente in cambio e dissetava chiunque secondo le proprie esigenze. Era una sorgente di acqua e di Amore infinito ma tu, per la tua avidità, hai sfidato la Natura che oggi ti rende consapevole di ciò che hai fatto. Il tuo Destino ti ha portato ad avere bisogno di acqua proprio qui dove non ne hai trovata".

L'uomo provato e pentito rispose:

"Quello che mi dici è vero, quella fontana è come l'Amore: non importa quanto ne doniamo, se è sincero si rigenera sempre. Solo oggi lo capisco. Se avrò salva la vita chiuderò la cava e mi occuperò di donare Amore come questa fontana".

L'uomo, risvegliato dal torpore, guardò la fontana e si meravigliò della quantità di acqua limpida che aveva ripreso a fluire. Si alzò con fatica e bevve a piene mani dalla fonte. Poté riprendere la bici e tornare a casa.

L'indomani, convocò tutti i suoi operai e disse loro queste parole:

"Non mi importa più nulla del denaro, chiuderò la cava e cercherò di riparare il danno fatto alla collina. Il mio desiderio di ricchezza stava per rovinarmi la vita. Da oggi mi occuperò solo di salvaguardare la Natura".

Nel luogo in cui sorgeva la fontana creò un parco naturale con i suoi averi e si dedicò a tempo pieno allo sviluppo della sua riserva. Abbellì la fontana e su una stele di marmo, ultimo prodotto della cava, scrisse ciò:

"Io sono la Fontana dell'Amore, dono acqua e vita a chiunque senza nulla chiedere. Fate anche voi come me e vivrete in eterno perché la vostra Fonte non si estinguerà mai".

martedì 17 aprile 2012

Il principe azzurro.

E’ uno dei temi del corso unitrè
Ho rimandato di qualche settimana l’argomento poichè ritenevo di non avere nulla da scrivere a riguardo.
Ma uno di quei famosi cassettini della memoria si è prepotentemente aperto e mi ha ricordato che non solo un principe azzurro lo avevo sognato ma era esistito nella realtà dei miei undici o dodici anni.

venerdì 6 aprile 2012

STORIE DI NUMERI DI TANTO TEMPO FA


DETTO TRA NOI, VALE LA PENA LEGGERLE
PREFAZIONE 
Queste sono storie vere che venivano raccontate durante le fredde serate autunnali in cui il Cantastorie era seduto intorno al fuoco che ardeva nel caminetto della villetta vicino al mare. Queste sono storie che egli raccontava a Burlona e alla sua cerchia di amici noti col nome di Folla. Seduti accanto al fuoco e ascoltando queste storie, tra le luci e le ombre delle fiamme danzanti, riuscivano a vedere la forma di Ching, Lugal e compagnia nei loro strani vestiti di tanto tempo fa.
Sera dopo sera, egli narrava questi racconti dei secoli passati, storie diverse dal mondo delle favole che spesso avevano sentito, storie su ciò che sarebbe realmente accaduto quando il mondo era giovane, storie che secondo la Folla erano “diverse” perché raccontavano in gran parte molte cose nuove, strane e interessanti.
Così la Folla imparò molte cose strane accadute nella Terra dei Numeri, ma imparò molto più di questo, in quanto il Cantastorie raccontò loro tutto ciò che era interessante circa il modo in cui i ragazzi e le ragazze scrivevano tanti anni fa - di come Ching scriveva sulle foglie delle palme, Lugal sui mattoni e Hippias sulle pergamene. Egli raccontò loro anche dei diversi rompicapi numerici che hanno fatto divertire ragazzi e ragazze per migliaia di anni; in tal modo, Burlona escogitava nuovi trucchetti da sottoporre ai suoi amici, in modo che la Folla ci riflettesse su mentre il fuoco ardeva.
Anche voi che leggete queste storie dovreste immaginarvi seduti intorno al fuoco ad ascoltare il Cantastorie. Dovreste sforzarvi di vedere tra le fiamme e le ombre le immagini in movimento di coloro che hanno fatto la loro parte nella Terra dei Numeri, quando il mondo cominciava ad apprendere come state facendo voi.
È questa la storia? Non importa. Che cos’è la storia se non un racconto? Un racconto non è forse la storia di qualcosa? Perché disturbarci sulla storia? Per noi la storia è una cosa molto importante.  Prefazione di Davide Eugene Smith.
Continua a leggere...
Le mie foto
Annarita sta anche qui
  Capitolo 1 Capitolo 2
 Capitolo 3 Capitolo 4 Capitolo5 Capitolo 6 Capitolo 7 Capitolo 8 Capitolo 9 


Anche la matematica ha il suo cantastorie.
Grazie, Annarita. 

sabato 31 marzo 2012

ERANO DUE DEI MIEI FRATELLI


ROMA 28 settembre 2008
CARO PINUCCIO
Tu conosci la mia abitudine, forse ridicola, di scrivere quattro righe per quasi ogni occasione e che ho acquisito da un paio d’anni da quando, in pratica, me la devo vedere con “Pasquale”. D’altra parte tu, capatosta come sei, non vuoi usare il tuo di “pasquale” altrimenti ti avrei inviato un’e-mail (finalmente ho imparato ad usare questo termine). Ti faccio avere questo scritto chiamandoti con il tuo diminutivo, così come siamo soliti chiamarci l’un l’altro, Giorgetto il capo, io Alduccio e Armandino il più piccolo di noi quattro fratelli Accardo. Sì, lo so, non cominciare, tu ironico e schietto come sei, mi vuoi ricordare che abbiamo dagli 80 anni, il più grande, ai 71, il più piccolo e quindi non siamo più tanto fanciullini. Ma lo siamo stati e io voglio ricordarci e ricordarmi così. Quindi non rompere e andiamo avanti. Anche perché tu, non lo dimenticare, nei hai 74 mentre io 78 e quindi sono più grande di te. Quando incontri mamma e papà, abbracciali e aggiungici un abbraccio da parte di tutti noi, anche gli ultimi arrivi. Loro già li conoscono, stai tranquillo.
Pinu'…ti ricordi il Natale dell’anno scorso? Ho potuto gioire come raramente mi era capitato grazie anche a tutti gli altri presenti ma soprattutto grazie alla tua prorompente allegria. Le battute, i canti, i cori, i ricordi, le risate. Ci siamo tutti dimenticati i nostri problemi, fisici e materiali.
Mi torna spesso in mente quello che tu raccontasti alcune volte a tutti noi, me compreso e cioé che io da ragazzo scrivevo storie a fumetti…L’avevo completamente dimenticato. Ma come hai fatto? Tu all’epoca dovevi essere un bambino. Secondo me è dovuto alla memoria di ferro che, fortunatamente, avete ancora te e Giorgio. A me è sembrato come se tu volessi farmi una specie di elogio davanti gli altri, come a dire “io ho un fratello che ha saputo fare certe cose”…quasi un’ammirazione. Ed invece sono io che ti ho ammirato per tanti buoni motivi non ultimo quando mi sei stato vicino in certi momenti bui della mia vita. Ecco perché adesso ho un grosso cruccio. In questi ultimi tempi non ti sono stato vicino come avrei voluto. Tu sai perché. Chi ha deciso per te quello che farai da grande tu l’hai accettato serenamente. Prima di salutarti con un abbraccio forte non dimenticarti di lasciarmi il tuo indirizzo presso il quale farti avere uno dei tuoi quotidiani preferiti “Liberazione”. Ciao. Tu che dici? A presto?
Tuo fratello Aldo, anche a nome di tutti gli altri.
ROMA 25 agosto 2009
PER TE CARO GIORGETTO……
...il discorso è un po’ diverso da quello che ci facemmo quando Pinuccio decise di cambiare residenza l’anno scorso a settembre.Adesso anche te hai detto basta e hai preso la stessa decisione.
D’accordo, tu sei il fratello maggiore, la guida, il Capo così come noi ti abbiamo sempre chiamato e gli ordini non si devono discutere, si obbedisce e basta. Tu hai combattuto tante battaglie, piccole e grandi e le hai vinte. Ma quella del lavoro la più grande e la più nobile tu l’hai addirittura stravinta.
Non hai indietreggiato di fronte alle difficoltà, alla fatica, alla mole di lavoro ma tu hai resistito e hai portato a termine l’impresa con tua grande soddisfazione e con quella di tutti. Anche la mia perché io sono stato sempre orgoglioso di un fratello come te un po’ burbero ma generoso, laborioso, onesto, probo e senza vizi. E tu sei sempre stato molto attaccato a noi tutti.Ancora un’altra tua dote: la memoria! Qualunque notizia, ricordo, episodi del passato volevamo conoscere bastava chiedere a te e tu fornivi subito una precisa risposta. Io te ne ho chieste molte. Appena incontri mamma, papà e Pino abbracciali. Con te li abbracciamo anche noi e anche l'ultima arrivata, la figlia di tuo figlio. Guarda che lei ha bisogno di te, non perderla di vista mi raccomando e non fare come me che quando una figlia nasce dal proprio figlio e ti senti chiamare Nonno uno si pavoneggia. Qualche volta ci siamo lamentati dei rispettivi acciacchi e a me dispiaceva sentire dei tuoi ma tu mi ripetevi sempre questa frase: “Aldo, tu hai già dato” e mi mettevi a tacere subito.
Si perché a volte sei anche brusco, soltanto apparentemente però, giacché , ne sono certo, dentro di te ridacchi.Non so per quanto tempo dovremo stare senza vederci: forse poco, forse un po’ di più.
Ma anche se ultimamente non siamo potuti stare vicini per i tanti motivi che tu ben conosci cisiamo sentiti spesso, l’ultima volta appena due giorni fa. Piuttosto hai fatto caso ad una cosa un po’ singolare?Noi quattro fratelli Accardo siamo dell’Ordine dei G A G A, cioè le iniziali dei nostri nomi per l’appunto Giorgio, Aldo, Giuseppe, Armando sono nomi che formano quella sigla che d’ora in avanti apparirà sdentata senza le due G, quella tua e quello di Giuseppe detto Pino. Non importa. Un giorno si ricomporrà come è naturale che sia. Ti abbraccio Giorge’, tu sei sempre stato un tipo cui interessano poco le parole ma molto i fatti.Ma anche solo con quelli hai sempre dimostrato quanto volevi bene a tutti.Ho capito. Adesso smetto perché tu stai in ufficio e hai da fare con le bollette doganali.
Tuo fratello Aldo anche a nome di tutti gli altri.

lunedì 19 marzo 2012

CIAO PAPA'

Alduccio e qui
Come te la passi? Si sta bene lì? Sai volevo scriverti questa mattina per farti gli auguri dato che oggi in molti festeggiano la festa del papà. Anche Massimo che tu hai visto fino al 1970 quando aveva undici anni ma poi hai dovuto lasciarci, stamattina mi ha fatto gli auguri. Credo sia stato proprio in quel momento che mi sei tornato in mente e mi era venuto l'impulso di buttar giù quattro parole. Poi ho riflettuto e mi son detto che non avresti potuto leggerle. Tu mi dirai perché adesso lo faccio. Perché ho avuto tutto il giorno la visione-ricordo di quella volta, avevo circa 39 anni, nello stare seduto in tram dove ero salito un paio di fermate prima ti vidi attraverso il finestrino che stavi arrancando su una piccola salitella camminando lentamente e zoppicando. Il tuo zoppicare era dovuto al fatto, ben noto a tutti noi, che nella tua vita non avevi fatto altro che lavorare camminando sempre a piedi per i quartieri di questa nostra città vendendo porta a porta e a rate, vari prodotti quali saponette, boro-talco, dentifrici, acque di colonia, profumi, lamette da barba e cose del genere. Un lavoro strano, particolare, neppure vantaggioso dal punto di vista economico, ma a te piaceva e i "clienti" ti volevano bene e si erano affezionati a te. Ti sentivi libero, anche perché non avevi capi e neppure padroni, Avevi appena la terza elementare e nessuna occupazione fissa ti era consentita. Ma hai avuto la forza e la volontà di volere e mantenere una famiglia di sei persone: te, la mamma che hai sposato in Sicilia che non aveva ancora 18 anni, e noi quattro figli. A proposito li hai visti lì da te Giorgetto e Pinuccio? Salutameli se v'incontrate. Io spero di sì. Quella volta che ti vidi dal tram era proprio un 19 di marzo e tu tornavi dal "lavoro" che avevi svolto quasi tutto il giorno nel tuo quartiere preferito "Trionfale" dove per San Giuseppe vendevano bigné con la crema a tutto spiano. Tu ne stavi portando un vassoio a casa. Grazie Papà. Ti abbraccio e abbraccio anche mamma che, ne sono certo, sta accanto a te.

Tomaso racconta...

Avevo promesso all'amico blogger Tomaso, che avrei postato
il suo  video ma per fattori indipendenti dalla mia volontà, fino ad'ora mi era stato impossibile,
e Tomaso sa il motivo come gli amici che mi seguono.
Ogni promessa, è un debito,  ed ecco qui la mia promessa mantenuta.
Adesso godiamoci il video di Tomaso. Troverete altri suoi ricordi del passato in altri video... qui

Nonostante che non avevamo tanto ma eravamo molto contenti.
Parole di Tomaso che ho preso da un suo commento..parole che fanno riflettere.

lunedì 12 marzo 2012

La storia di Lucmerenda-Lucia.

La storia di Lucmerenda qui


Prima parte

Lunedì, 06 Marzo 2006
Prima parte


Mi stavo preparando la valigia. Avevo ottenuto l'autorizzazione nel primario per uscire dall'ospedale proprio quel giovedì. Il primo giovedì del mese.
Dopo aver fatto tutti gli esami, scoprimmo perchè stavo male.
Proprio il giorno prima, il primario si sedette sul letto accanto a me, mi prese una mano e mi disse che l'indomani potevo tornare a casa, perchè ora sapevamo con precisione, quale malattia mi portassi a presso da quasi tutta una vita. Era la sclerosi multipla.
Era una malattia incurabile, che nell'arco di dieci anni, forse prima, mi avrebbe portato alla carrozzina a rotelle. Dovevo programmare la mia vita in un'ottica diversa da quella prevista. Insomma dovevo ricominciare da capo, un qualche cosa che nessuno poteva immaginare come sarebbe andata a finire.
Avrei dovuto affrontare l'imprevisto.
Alle dieci Roberta arrivò puntuale ed insieme ce n'andammo.
In macchina, non sapevamo quale strada prendere, però avremmo deciso solo dopo essere uscite dal traffico del centro. Ci fermammo vicino al Colosseo, dove c'era molto verde ed una circolazione relativa.
- Perchè non andiamo nel paese dei balocchi? Disse Roberta.
- Nooo! Quella è roba per bambini. Andiamo invece da Alice, nel paese delle meraviglie. Lì è più divertente.
- OK. Andiamo da Alice.
- OK. metti in moto alla svelta, così ci arriviamo prima di pranzo!
Ripartimmo.
Arrivammo a casa mezz'ora più tardi. Alice non c'era, però tutti gli altri, si. Avevano preparato per pranzo bistecche e patate fritte. C'era pure la frutta, molto bella da vedere, specialmente le mele rosse. Tutti le ammirarono molto, ma nessuno le mangiò. Le lasciarono li per dare colore all'ambiente. Ci fiondammo invece sulle patate fritte.
Appena finito di mangiare, dissi:
- A voi i piatti da lavare, ragazzi, io corro in vasca da bagno. Dopo un mese passato in segregazione, un bagno me lo merito.
- Si, ma non approfittartene. Te li laviamo solo per oggi. Poi te li lavi tu.
- Grazie, gioiosità inumane.
Misi molta acqua nella vasca ed anche tanto bagno schiuma, forse un pò troppo. Alcune bollicine multicolori volteggiavano nell'aria ed io cercavo di acchiapparle al volo, però si rompevano. Presi allora la zattera, quella di Tom e Jerry, che stava sul mobiletto vicino alla vasca, ma nemmeno quella stava tanto bene in equilibrio sulla schiuma. Tom e Jerry caddero nell'acqua e andarono a picco, ma se erano così stupidi da cadere nell'acqua, annegassero pure! Con tutto il sapone che c'era, almeno sarebbero morti puliti.
I ragazzi un pò alla volta, se ne andarono, ed io rimasi nell'acqua ancora per un pò.
Che bello! Ero sola, ed ero a casa mia. M'infilai l'accappatoio e andai un pò in giro per la casa. Era un mese che non la vedevo.
Arrivai alla finestra del salotto e guardai in terrazza. Nell'aiuola centrale c'era l'ulivo.
Era cresciuto dall'ultima volta che l'avevo visto; andava potato.
Oltre alle piante, nella mia terrazza c'era la vita. Una vita animale che io imparai ad amare un pò alla volta. C'erano le lucertole, le coccinelle, le farfalle ed anche le libellule. Le lucertole poi, che non scappavano nemmeno quando mi vedevano, perchè mi riconoscevano, erano incredibili.
Le libellule che una volta mi facevano schifo, ora le guardavo con occhi diversi; sembravano fatte di vetro finissimo e fragilissimo e quando il sole le illuminava erano di un'eleganza unica. Sembravano fatte di luce. Le farfalle poi, che pensavo fossero in via d'estinzione, vivevano invece a casa mia ed erano di tutti i colori possibili. Le coccinelle rosse, invece davano allegria.
Tempo addietro, mi sedetti sull'orlo di un'aiuola, e proprio sotto delle foglie multicolori, c'era una piccolissima lucertola che cercava d'imparare a mimetizzarsi. Sarà stata lunga forse tre centimetri coda compresa, ma vedere quel cucciolino nato da poco che stava imparando a salvarsi la vita, fu veramente meraviglioso. Stava imparando a salvare la propria vita, per poterla vivere.
Sarei stata capace di fare altrettanto?
Appoggiai la testa sul vetro della finestra e sospirai, e pensai a quanto dura fosse la vita. Ma ce l'avrei fatta! Non so come, ma ero sicura che in qualche modo ci sarei riuscita. In fondo, avevo perso solo l'ultimo sogno rimastomi, gli altri li avevo persi tutti strada facendo.
Non era importante vivere solo per vivere, ma lo era per me, ora. Dovevo vivere almeno fino a che non fossi riuscita a far diventare i miei figli grandi ed autosufficienti.
Avevo assolutamente bisogno di almeno altri otto anni di vita.
Comunque bisognava che incominciassi a tirarmi su le maniche. Ma no, non era necessario. Le maniche tirate su, lo erano già da tanto tempo. Dovevo solo continuare a tenerle così.
Magari con l'aiuto di Alice. Magari con l'aiuto di un sogno nuovo, piccolino e se anche irraggiungibile, un sogno che mi tenesse compagnia, e mi aiutasse a vivere almeno con un pò di serenità.


le immagini del blog di  Luc.


I bloggers, sono i cantastorie moderni.Lucia l'ho conosciuta
virtualmente ma poi la nostra amicizia si rafforzò e ci sentivamo
per telefono quasi tutti i giorni, per due anni. Poi un giorno non rispose più
Lucia è stata una grande Donna, ironica, intelligente e mi diceva
 che non aveva tempo per la diplomazia e quello che pensava doveva dirlo.
Ma lei vedeva sempre giusto. Quante cose ho appreso da Lei. Cara Lucia  mi scegliesti
 come amica e per me fu una gioia e un onore.
Un bacio, da rosy.
(Questa,  è una storia vera  del Virtuale)

mercoledì 7 marzo 2012

Fantasie di bambina

Qui
Da bambina ,andavo sempre a sedermi nella piazzetta del mio paesino. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, la mia mente mette a fuoco ogni suo particolare. Una piccola piazzetta, con quattro panchine, scarne e rotte dal tempo, al centro una piccola vasca tonda, la poca acqua che c’era, era tutta ombreggiata di verde, per il troppo muschio. Eppure, i miei occhi la guardavano incantata, in quei pochi cm di acqua ci vedevo un intero mare, un intero mondo. Mi piaceva stare seduta in piazza, ascoltare il suono del grande orologio, in alto sulla chiesa, che cantava le sue ore quasi fosse una festa.Adoravo vedere il traffico di questa piazzetta( traffico?..cinque anime) Ogni mattina, la piazzetta ospitava me e quattro vecchietti, quattro figure silenziose, chiuse in un corpo arricciato dagli anni. Arrivavano alla stessa ora e alla stessa ora andavano via. Gesti sempre uguali- prima di sedersi, pulivano la panchina con un fazzoletto, poi, lentamente si sedevano, appoggiando il bastone o tra le gambe o accanto a loro. Con vestiti sempre uguali e la famosa coppola. Seduti sulla panchina i loro occhi fissavano un punto lontano, mai un sorriso sfiorava le loro labbra, mai una parola tra loro. Li guardavo, cercando di capire, cosa si nascondesse dietro alla loro rugosa fronte, cercavo di leggere sui loro volti e tra le sue pieghe il racconto della loro vita. Una cosa è certa, non dovevano esseri felici (solo oggi, capisco, che dietro ai loro silenzi , ci doveva essere tanta solitudine) Li vedevo poi andar via appoggiati ai loro bastoni, che sostenevano i loro anni, la loro debolezza e i loro pensieri, vedendoli cosi curvi, vecchi e deboli un velo di tristezza copriva il mio cuore.
Cari vecchietti , son passati più di cinquant’anni e sto qui a parlare di voi...Voi, che mai avete saputo nulla di me. A modo mio tentai di rendervi felici. Seduta in angolo, vi osservavo, cosa penssasse la mia mente di bambina non lo so! so solo che iniziai a sognare, per regalare a voi una nuova vita. Diedi un nome di fantasia a tutti e quattro, nei miei sogni vi regalavo la gioventù, vi trasformavo in quattro baldi giovanotti, il vostro bastone, diventava un bel cavallo, che voi cavalcavate gioiosi, e felici e insieme sparivamo nel vento a suon di tromba ,(la tromba era il suono dell’orologio ), per entrare insieme nel mondo delle meraviglie, dove ogni cosa era bella, la gente era tutta felice e buona e ci sorridevano, poi, c’erano tanti palloni e tanti giocattoli per me e tante belle cose per voi.
Quando aprivo gli occhi, nulla era cambiato, voi sempre seduti sulle vostre panchine, guardandovi avevo l’impressione che eravate più stanchi, forse per colpa mia? O forse anche perché la vostra mente viaggiava nella fantasia come la mia?
Cari baldi giovanotti, solo per poco le nostre vite si sono sfiorate, anche se il vostro passato mai è stato il mio, come il mio futuro mai è stato il vostro, eppure, senza saperlo mi avete regalato la fantasia che mai più mi ha lasciato. Grazie a lei, ho imparato a guardare la vita con ottimismo, in tutto cerco di vedere solo il lato buono, se poi le cose sono proprio cattive, allora la diserto, lei neanche se ne accorge della mia assenza.

Miei cari e ignoti vecchietti, ora, che anch'io ho i miei anni, con gioia ho parlato di voi. Un ricordo il mio che raccoglie un po’ del vostro e del mio passato. Alla fin, fine come vedete qualcosa in comune lo abbiamo! Adesso vi porto nel blog con me. Mi pare di sentire quattro voci all'unisono che mi chiedono, cos’è il blog? Boh! Non so dirvi, forse il blog sono le panchine del virtuale...?! Non lo so! vedremo!
Adesso vi posso anche dire che da bambina anch'io ero sola, più sola di voi! Sulle vostre spalle c'era scritto il racconto di una vita già vissuta, che vi faceva compagnia. La mia la dovevo ancora scrivere e viverla...
 Questo fu uno dei miei primi post. Rosy.

giovedì 1 marzo 2012

Vento

giovedì 16 febbraio 2012

Vento

Abituato a volgermi indietro con l'ostinazione e la curiosità del bimbo Costantino, come dimenticare una persona buona e d'ingegno, che ha calpestato allora sentieri adiacenti ai miei?
Era stato un trovatello, fatto accudire ad una famiglia per essere "tirato grande", nel dopoguerra del primo conflitto. Gli avevano assegnato per cognome, come usava, quello di un fenomeno atmosferico.
Lui fu "Vento".
Fin da piccolo  laborioso e mite, chi lo allevò decise di affigliarlo, di farlo rimanere.
Negli anni cinquanta, riconobbi in lui un uomo, a modo suo, nobile,  che lavorava nei campi ma era anche un inventore geniale.
Tra le tante idee sviluppate, qualcuno gli attribuiva una realizzazione molto utile. Un gabinetto portatile, con le "spanogge", fatto con le melicacce del granoturco, da caricare in spalla e piazzare nel campo, per utilizzarlo al bisogno, tutelando la riservatezza del momento.
Se così fosse, Vento avrebbe creato la privacy quarant'anni prima di ciascun altro...

Ma il fulcro dei suoi esperimenti era volto a realizzare il "moto perpetuo".
E siccome mio papà diceva che lui era un genio, peccato non avesse potuto studiare, imparai ad osservare con discrezione i suoi tentativi ingenui, ma di grande intelligenza.


Vento cercò per tutta la vita sua madre, nell'unico modo che poteva, andando in chiesa, in solitudine, ad accendere una candela e a pregare.
Consapevole che, l'ultimo giorno, il suo desiderio sarebbe stato esaudito.  

lunedì 27 febbraio 2012

Lina - PRIMO GIORNO DI SCUOLA

La mattina del primo giorno di scuola fui accompagnata da mamma.
 Il primo pensiero non so se fu di paura, certamente ero agitata, non sapendo cosa mi aspettava. Finalmente in un aula insieme ad altre bambine subito notai la differenza, molto di loro vestivano perbene (era dopo la guerra ) portavano il grembiuli con canditi colletti e un bel fiocco. 


Per la prima volta forse capii nettamente che oltre al mio c’era un mondo diverso e questa volta ero costretta a vederlo tutti i giorni. I miei occhi assorbivano con apatia questa nuova scoperta, si per che  tanta mie amiche di scuola sembravano delle bambole viventi ed io invece senza grembiuli senza fiocco e senza merendina sentivo crescere dentro di me la vergogna e la miseria-


 L’insegnante dopo averci squadrate tutte fece la sua selezione, come capi di bestiame fummo divise dalle bambole viventi, a loro furono assegnati i primi posti, noi bambine già mortificate dalla vita, la scuola! la grande educatrice senza preamboli ci emarginò agli untumi banchi.
Si sa che le minoranze possono diventare pericolose ( e così fu ) forse per ribellione .


 Ricordo con dolore che un giorno per sottrarmi a una rigata sulla mano, nello spostarmi la mia maestra mi colpi il viso, dentro di me sentii per la prima volta l’odio verso di lei e la tanta decantata scuola e i suoi valori
Il rientro a casa mamma mi guardò, mentre io con le lacrime agli occhi le raccontavo ciò che la maestra mi aveva fatto lei mi disse: A scuola domani ti accompagno IO.

giovedì 23 febbraio 2012

Le tre B.

I ricordi sono come le canzoni
ogni tanto te ne viene in mente una
e qualche volta hai bisogno di fermarti
e cercare fra le strade il ritornello.

Barba, baffi e brillantina: le tre "B" del vecchio barbiere... Nel piccolo paesino l'operato del barbiere era considerato un lavoro di tutto rispetto, era in uno scalino intermedio tra le varie professioni esercitate, poco sotto il medico condotto e il sindaco del paese e sopra i ceti sociali più umili. 
Ci si ritrovava per la toletta completa, barba, baffi e brillantina... ma anche per discutere di fatti accaduti nel frattempo nella piccola comunità e raccontare le proprie esperienze avute durante il periodo di assenza forzata, nonché le storie fantastiche narrate dai più anziani. Tra un cliente che si alzava dalla poltrona all'altro che si sedeva su sollecito del barbiere all'intonazione di "sotto il prossimo"
Il barbiere del mio paese si chiamava don Mimì era alto e magro con baffetti alla Valentino i capelli tutti tirati lisci e lucentati dalla brillantina... era l'uomo più profumato del paese.Quando passavo davanti al suo locale rallentavo sempre i passi per scrutare l'interno...mi piaceva il cavalluccio per i bambini, gli specchi enormi, le grandi poltrone e il profumo che il locale emanava. Don Mimì era un tipo allegro ma il sabato e la Domenica mattina diventava ancora più allegro. In questi due giorni tutti gli uomini del paese andavano da lui per barba e capelli, una processione di uomini entrava nel suo locale
Tra forbici e rasoio Don Mimì sorrideva allegro e pimpante, più il locale si riempiva, più il barbiere tagliava e radeva in allegria.Tutti gli uomini del paese si preparavano a festa per la Domenica.
La Domenica l'unica piazza del paese si riempiva di uomini vestiti con l'abito migliore, ricordo i colori degli abiti ma quello che ricordo di più sono le cravatte, dio mio, sembravano tante arcobaleni.
In questa giornata la piazza prendeva vita si riempiva di voci tutte allegre.Tra sorrisi e strette di mano si parlava del tempo, della semina, del raccolto e di tante altre cose.(Un po come facciamo noi in questa piazza virtuale)Poi c'erano i giovanotti del paese che schizzinosi passavano tra gli adulti.Anche i ragazzi erano vestiti a festa, portavano i capelli come il barbiere e qualcuno anche i baffetti.La loro andatura, era lenta, da guappi... camminavano con una mano in tasca e nell'altra una sigaretta che fumavano con lentezza
Mentre gli adulti si fermavano al bar i giovani andavano tutti verso il grande sagrato della chiesa per la messa di mezzogiorno.
Sul sagrato della chiesa i ragazzi aspettavano le ragazze, anche loro arrivavano tutte addobbate a festa e camminavano lentamente quasi a dare il tempo di essere non solo ammirate ma anche scelte e tra sguardi e sorrisi maliziosi...i cuori si sceglevano.
Su questo sagrato nascevano amori e... in chiesa durante la messa ogni cuore tra un amen e l'altro... batteva più per l'amor profano, che per l'amor sacro. 
 da In punta di piedi  ma forse è più  giusta che stia anche qui, nel cantastorie web

PS..per gli amici, che sanno, oggi sto un tantino meglio ma non voglio illudermi e mi sto zitta ma solo per scaramanzia.
Della serie...non è vero ma ci credo:)))

venerdì 10 febbraio 2012

Nounourse Racconta


C'era una volta un abitato, oggi è rimasta una cartolina.


Traghetto sul Po (Gnocca - Oca)

Il Toponimo
Deriva dal ramo del Po di Gnocca.
*****
***
Cenni Storici
La chiesa fu edificata dal N.H. Tomè Mocenigo Soranzo, proprietario del fondo che dista dieci chilometri da Porto Tolle.
Sorse inizialmente come oratorio e venne inaugurata e benedetta nel 1737 e costituita curazia (succursale) dipendente dalla parrocchia di Donzella.
La Parrocchia
In seguito all'alluvione del 1966, diminuendo sempre più la popolazione, si decise di chiudere la chiesa l'8 settembre 1968.
Nel 1978 l'edificio e l'annesso campanile furono abbattuti poiché inagibili e pericolanti.
Quasi tutti gli arredi e gli oggetti sacri presenti nella chiesa sono andati perduti, compresa una tela del ‘700 raffiguranlte Sant'Andrea Apostolo, attribuita al Tiepolo."
fonte: http://www.parchideltapo.it/taglio.del.po/15.htm

* In origine la località Gnocca, sulla sponda sinistra del Po di Gnocca o della Donzella, si chiamò Cà Soranzo.

Nota: Ca' Soranzo: casa padronale con annesso magazzino, edificata sul finire del XVIII secolo per volontà dei nobili Mocenigo Soranzo. Due pigne in pietra d'Istria (successivamente trasportate all'interno) sormontavano i pilastri d'entrata; in pietra d'Istria sono anche mensola e barbacani del poggiolo su cui s'affaccia il balcone del salone al primo piano. È situata in località Gnocca.
(Fonte: www.investinpolesine.it/venezianita/pagine).

Arredo della chiesa salvato: Madonna col Bambino, Sant'Andrea e San Giovanni Evangelista
GIUSEPPE ANGELI Venezia 1712 - 1798 olio su tela, cm. 380 x 220 

Questo dipinto inedito di imponenti dimensioni costituisce un recupero di speciale importanza dal punto di visto storico-artistico. L’’’’opera si trovava ancora sul finire degli anni ’’’’40 del secolo scorso sull’’’’altare della chiesa parrocchiale della frazione di Gnocca di Porto Tolle, in provincia di Rovigo. Si tratta evidentemente di una pala monumentale di eletta fattura, da ricondurre senza dubbio alla stretta cerchia di Giovan Battista Piazzetta e in particolare a uno dei suoi allievi migliori e più celebri, Giuseppe Angeli. La tela, di assetto marcatamente verticale, segue una ritmo ascensionale spiraliforme che parte dalla figura inginocchiata sulla sinistra di San Giovanni Evangelista, cui fa riscontro sulla sponda opposta un filiforme e ascetico Sant’’’’Andrea orante, per culminare nel bellissimo gruppo centrale della Madonna assisa su un trono di nubi che tiene in piedi sulle ginocchia il Gesù Bambino benedicente, vero cardine della composizione. A rendere esplicita la funzione apotropaica che l’’’’opera era chiamata ad assolvere, nella posizione in basso al centro, sotto la figura di Sant’’’’Andrea patrono dei pescatori, è posta una scena di marcato realismo dove per l’’’’appunto due pescatori sono raffigurati su una barca intenti nella loro attività, che era poi la principale fonte di lavoro e di sussistenza nell’’’’area lagunare dov’’’’era situata la chiesa che ospitava il dipinto. A sostegno dell’’’’attribuzione all’’’’Angeli di quest’’’’opera eccezionale possono essere proposti raffronti assolutamente stringenti con alcuni capolavori del pittore, come la Madonna col Bambino e santi della chiesa di Santo Spirito a Cortona, Il beato Girolamo Miani in compagnia di orfanelli in preghiera sotto al crocifisso della chiesa veneziana dell’’’’Ospedaletto, la Vergine Immacolata e santi della chiesa dei Frari a Venezia, che consentono di collocare l’’’’esecuzione della nostra tela tra la fine del V e la fine del VI decennio del Settecento. Si ringrazia il Prof. Luciano Arcangeli per aver fornito l'attribuzione attraverso una comunicazione scritta, nella quale si segnala che anche il Prof. Giuseppe Pavanello concorda appieno nel riconoscere a Giuseppe Angeli la paternità dell'opera. Provenienza: Chiesa Parrocchiale di Sant’’’’Andrea, Gnocca di Porto Tolle (Rovigo) (da web: non riesco a risalire alla fonte).
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Di questo luogo e di questa chiesa mi è piaciuto raccontare qualche aneddoto occorso alla Bimba Nara.
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